Un po’ di storia – La bonifica della Maremma

Avviata dal governo degli Asburgo-Lorena e proseguita per tutto l’Ottocento, la bonifica idraulica e sanitaria della Maremma, per secoli regione paludosa e malarica, fu completata con la bonifica agraria del primo dopoguerra – che comportò l’introduzione di nuove colture e razze bovine e l’insediamento di coloni veneti – e definitivamente conclusa a metà del Novecento. La storia degli interventi sul territorio, che oggi sono rivolti alla creazione di aree naturali protette, è raccontata nel brano della Guida Rossa Toscana del Touring Club Italiano.

Fu Pietro Leopoldo, nella sua attività “illuminata” volta a modernizzare il Granducato di Toscana, a interessarsi al problema delle paludi maremmane, combattendo il latifondo, eliminando i vecchi diritti feudali, favorendo una proprietà più parcellizzata e introducendo nuove colture. In quest’ottica, la bonifica delle terre (ad esempio, attorno alla laguna di Orbetello) divenne un problema di Stato, e le opere di canalizzazione e arginatura dei fiumi furono affidate alla direzione del padre scolopio Leonardo Ximenes (1716-86). Con la restaurazione, a partire dal 1815 proseguono gli interventi granducali sulle aree malsane (Maremma, Valdichiana, Fucecchio), sotto la direzione di Vittorio Fossombroni e poi di Alessandro Manetti. Al sistema delle cateratte si affianca quello delle colmate (le acque melmose dei fiumi sono fatte confluire all’interno di circoscritte aree palustri; filtrate, le acque chiare vengono fatte defluire e man mano la palude si “colma”). Nel 1828 Leopoldo II inizia la bonifica della pianura grossetana: colmate le paludi, sono aperte nuove strade (attorno al 1840 è ricostruita anche l’Aurelia); lo seguono in questa politica alcuni privati, come i della Gherardesca nella Maremma pisana.

A breve termine, però, soltanto una parte della pianura risultava coltivabile. Bisognerà attendere l’annessione al Regno d’Italia perché le bonifiche vengano dichiarate “opere di pubblica utilità”. Fin dal 1864 la Maremma è attraversata dalla nuova linea ferroviaria Pisa-Roma, cui alla fine del secolo si aggiunse la diramazione per l’Argentario (tronco oggi non più in servizio). Tra i nuovi sistemi tecnici si affermarono quelli dello scolo diretto in mare e della canalizzazione con idrovore. Il problema della malaria, comunque, era ancora ben lungi dall’essere risolto: in uno studio del 1892 risultava che la malaria era presente nella fascia fra Piombino e il Lazio in forma “grave e gravissima”. Fino al 1897 vari uffici pubblici di Grosseto si trasferivano durante l’estate a Scansano, dando vita a un vero e proprio “scambio di popolazione” con le zone collinari interne, che d’inverno assumeva un epico verso contrario, con pastori e boscaioli che scendevano lungo le coste.

Solo dopo la prima guerra mondiale fu avviata la “bonifica integrale”, cioè non solo idraulica e sanitaria ma, sotto la spinta dei fermenti sociali dell’epoca, anche agraria, con un’economia basata non più esclusivamente sulla cerealicoltura estensiva. Con la partecipazione dell’Opera nazionale Combattenti vennero introdotte nuove colture di qualità e nuove razze bovine, potenziate le infrastrutture e favorita l’immigrazione di contadini veneti. Dopo gli interventi del periodo fascista la regione risultava ormai sufficientemente fertile; ma si deve all’ultima “colonizzazione” post-bellica (legge del 1950) la definitiva soluzione del problema delle paludi. La riforma agraria, attuata dall’Ente per la Colonizzazione della Maremma tosco-laziale (a sinistra dell’Ombrone) e dal Consorzio per la Bonifica grossetana (a destra del fiume), colpiva il latifondo degli ultimi grandi proprietari e mirava alla diffusione della piccola proprietà, mentre era favorito il nuovo insediamento sparso, fino ad allora estraneo alla realtà maremmana in età moderna, basata sui centri costieri e su quelli interni di crinale e di sprone.

Il terreno bonificato è ordinato e geometrizzato mediante ulteriori strade e canali, che imprimeranno un nuovo aspetto al territorio, mentre assumono il ruolo di elementi tipici le file di eucalipti frangivento e i mulini a vento per sollevare l’acqua. Un nuovo acquedotto conduce l’acqua del Fiora all’Argentario. La bonifica innesca un processo economico e territoriale di grandi trasformazioni. Tutto gravita ora in direzione della costa, ma con una rete urbana priva di un unico centro polarizzatore: i principali – a livello locale e mai regionale – sono Grosseto e Follònica, dove un’incongrua urbanizzazione ha compromesso i valori ambientali e culturali costieri. Accanto ai centri nati lungo la ferrovia, per gemmazione dagli antichi borghi (Sticciano, Scarlino, Montepescali), aumentano tutti i nuclei di pianura, specialmente quelli, come Albinia, posti tra la ferrovia e l’Aurelia (arteria potenziata a partire dal 1960). Il proliferare quasi continuo di centri litoranei ha incrementato il turismo – elemento economico fondamentale della nuova Maremma, assieme all’agricoltura, dopo la crisi delle miniere – non senza timori di compromissione del paesaggio e dell’ambiente naturale con i suoi ecosistemi.

Per arginare la nuova “malaria” della cementificazione sono state create alcune aree-cuscinetto protette: il Parco naturale della Maremma, istituito con legge regionale del 1975 e all’avanguardia in Europa; la palude della Tràppola; il tombolo di Feniglia all’Argentario, di pertinenza demaniale; la laguna di Orbetello, oggetto di recenti interventi di disinquinamento; e il lago di Burano. L’aspettativa è che, con il concorso anche dei Comuni della costa e dell’interno (significativo il progetto per il futuro Parco delle Miniere in fase di elaborazione da parte del comune di Gavorrano), si arrivi alla definizione di un complessivo piano per l’intero comprensorio della Maremma, capace di coniugare esigenze di tutela ambientale e programmi di sviluppo economico e sociale.

FONTE: Guida d’Italia. Toscana, Touring Club Italiano, Milano 1997.

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